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  Nella realtà chi soffre si sente emarginato e non accolto, o non abbastanza capito, si ritrova quindi in condizione di “solitudine”, nonostante l’attenzione del “pastore” più vigilante. C’è una strategia da proporre per realizzare una vera “comunione”, che non sappia di rivendicazione, che non dia ragione a qualcuno a scapito di altri, che non produca emarginazioni ulteriori, che non inverta le parti.   Il decreto conciliare Presbyterorum Ordinis (PO) del Concilio Vaticano TI, al n. 8, sembra aver tracciato alcune linee che rivelano davvero l’azione potente dello Spirito Santo per i nostri tempi, nel grande obiettivo di aggiornare il cammino della Chiesa per questi nostri tempi. Il capitolo pone delle basi inconfutabili: parte dall’unicità dell’ordine sacro che fonda l’unità del presbiterio nella guida del vescovo, pur nella varietà dei ministeri e delle funzioni. Tutti in sostanza lavorano per l’edificazione del Corpo di Cristo “il quale esige molteplici funzioni e nuovi adattamenti...
Pertanto è necessario che tutti i presbiteri, sia diocesani che religiosi, si aiutino a vicenda, in modo da essere sempre cooperatori della verità”. Il testo evidenzia i principi teologici della “comunione” nella imposizione delle mani da parte dei presbiteri insieme al vescovo e nella concelebrazione dell’Eucaristia: la forza dell’unità dunque nasce dallo Spirito Santo e da Cristo stesso. Ma come passare dal dato ontologico a quello psicologico? Il documento conciliare, che raccoglie l’esperienza di millenni, indica aspetti molto pratici: il delicato rapporto fra giovani ed anziani e viceversa: intesa e comprensione reciproca...La pratica della
ospitalità, una possibile comunione dei beni, la cura dei confratelli malati e di quelli superoccupati... Considera la perenne attualità dell’invito di Gesù: “Venite in un luogo deserto a riposare un poco” (Mc 6,41)soste personali e comunitarie; suggerisce la pratica di una qualche comunità di vita (coabitazione? vitto in comune? incontri periodici?...). Aggiunge infine due indicazioni che sembrano proprio riguardare il nostro “Gruppo della LSM”: la validità delle “associazioni sacerdotali” che abbiano certi requisiti (la sezione LSM del Centro Volontari della Sofferenza presenta tutti quelli suggeriti dal Concilio), sentirsi poi responsabili, ognuno, “nei confronti di coloro che soffrono qualche difficoltà, procurando di aiutarli a tempo, anche con un delicato ammonimento quando ce ne fosse bisogno” pregare poi e sostenere “come fratelli ed amici” coloro che sbagliano... Nel dialogo si passa alle situazioni concrete anche nella ricerca di strategie comuni, rapportate naturalmente a singoli casi. L’importante è non de- mordere, non abbassare la guardia, agire sempre in comunione. Infine ricordare che rimane segreto di riuscita l’affidamento di ogni persona e di ogni problema a Maria. È la dimensione mariana dell’Associazione così descritta da Giovanni Paolo II. “Ma è grazie particolarmente alla dimensione mariana che la Lega Sacerdotale Mariana apre i suoi membri alla speranza e alla carità. Quanti partecipano con speciale consacrazione all’unico sacerdozio di Cristo, possono più facilmente, col materno sostegno della Madre di Dio e della Chiesa, aderire alla volontà del Padre fino al generoso sacrificio di sé” (alla LSM nel suo 50° di Fondazione, il 25 giugno 1993). Mons. Luigi Novarese ha suggerito la “consacrazione alla Madonna”, come mezzo efficace per aiutare chi è in difficoltà, pur all’insaputa della persona: la volontà concorde del gruppo lega all’Immacolata la persona in difficoltà. La recita comunitaria del rosario, al termine dell’incontro di gruppo, crea sempre uno straordinario clima di fraternità e infine una grande serenità di cuore: nella generosa accettazione della volontà del Padre a riguardo della “propria croce” e nel sentire veramente nell’intimo la comunione con il vescovo e con tutti i confratelli.